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Quel 13 ottobre 1943
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Quel 13 ottobre 1943...

di Guido Ambrosino 

da il Manifesto del 9 febbraio 1994

    I dizionari dicono di Caiazzo che sorge "in amena posizione", sulle pendici di un colle che degrada verso il Volturno, a 23 km da Caserta. Il 13 ottobre 1943 i quattromila abitanti del paese si trovarono sulla linea del fronte. Da Napoli avanzava la quinta armata americana. Sul monte Carmignano si era asserragliata la terza compagnia del 29esimo reggimento dei Panzergrenadier. Tra loro c'era il tenente Wolfgang Lehnigk-Emden, nato il 10 dicembre 1922 a Calau, vicino Cottbus. E' rimasta una foto del tenente allora ventenne: un viso liscio da ragazzino, occhialetti di tartaruga. Dalle testimonianze dei subordinati sappiamo che non lo stimavano. Lo studente puntellava la sua vacillante autorità esibendo fanatismo. La compagnia si sentiva in terra nemica. L'8 settembre, cinque settimane prima, l'Italia aveva firmato l'armistizio con gli Alleati. La popolazione civile veniva considerata un potenziale avversario, e il 29esimo reggimento dei granatieri corazzati si comportava di conseguenza. Nel diario del reggimento, alla data 16 settembre 1943, si legge che la ritirata procede secondo i piani e si aggiunge: "Fucilati diversi civili per intimidire la popolazione". La sera del 13 ottobre 1943 il tenente Lehnigk-Emden era particolarmente nervoso. Proprio quel giorno il governo Badoglio aveva dichiarato guerra alla Germania, e gli americani incalzavano: nella notte tra il 13 e il 14 i tedeschi lasciarono le posizioni sul monte Carmignano. Poche ore prima della ritirata, il massacro. L'ufficiale crede di vedere segnali luminosi da una vicina masseria. Un riflesso su un vetro che sbatte? L'ondeggiare di un lume? Lehnigk-Emden non ha dubbi: per lui quelli sono segnali rivolti agli americani. Che la quinta armata avesse avuto il tempo di costruire una rete di informatori tra i contadini di Caiazzo è quantomai inverosimile, tanto più in quei giorni di movimento del fronte. Del resto il casolare non poteva essere visto dalle posizioni americane. Lehnigk-Emden, che sospetta dappertutto "traditori", irrompe nella casa con un paio di soldati e vi trova 22 persone: le famiglie Perrone, D'Agostino, Palumbo e Massadoro. I quattro capi famiglia vengono trascinati via come "partigiani" e portati al comando di compagnia, duecento metri più in alto. Lehnigk-Emden guida l'esecuzione e ammazza anche un ragazzo di 14 anni e due donne, che si erano aggrappate ai loro uomini e li avevano seguiti. La scena si imprime nella memoria del granatiere Wilhelm May che, fatto prigioniero dagli americani il 4 novembre con 34 uomini della terza compagnia, racconta il massacro. La sua deposizione, raccolta ad Aversa il 5 novembre 1943, è confermata dal soldato Lella (o Leila), dai caporali Zikorski (o Sikorski: la grafia dei nomi oscilla) e Ligmanovski, dal sottufficiale Richter. Secondo Wilhelm May il tenente dice: "laggiù ce ne sono molti altri ancora, dobbiamo fucilarli tutti". Lehnigk-Emden, accompagnato dai sottufficiali Kurt Schuster e Hans Gnass che lo avevano aiutato nella prima carneficina, torna alla prima masseria dove sono rimaste quindici persone: dieci bambini e bambine, la più piccola di tre anni, e cinque donne e ragazze, la più giovane sedicenne. I soldati gettano granate dentro la casa, dalle finestre. Chi fugge all'aperto viene falciato dai mitra, o massacrato con le baionette e i calci dei fucili. Il granatiere Wilhelm May, nella sua dichiarazione agli americani, aggiunge: "Io e un mio compagno ci dicemmo che avremmo dovuto ammazzare Lehnigk-Emden, perché quel che aveva fatto era una vergogna per l'esercito tedesco". I verbali sono redatti da Hans Habe, giornalista di origine austriaca rifugiatosi negli Usa e tornato in Europa con l'uniforme dell'Us Army. Habe interroga anche Lehnigk-Emden, che in un primo tempo ammette solo la fucilazione di quattro uomini, e mente sostenendo di aver avuto l'ordine di fucilarli dal comandante di compagnia Draschke (secondo gli altri prigionieri, a Lehnigk-Emden che sollecitava una rappresaglia Draschke rispose: "non voglio assumermi questa responsabilità", e subito dopo si allontanò per prendere contatto col comando del battaglione). L'8 novembre Lehnigk-Emden confessa che anche delle donne erano state uccise, ma cerca di giustificarne la morte sostenendo che si erano gettate davanti agli uomini, sulla linea di fuoco. A guerra finita un estratto dei verbali di Aversa venne mandato al vescovado di Caiazzo da un giornalista americano, Stoneman, e qui li ha ritrovati lo storico Giuseppe Capobianco. Lehnigk-Emden, trasferito in un campo di prigionia in Algeria, viene nuovamente interrogato insieme agli altri testimoni da una commissione d'inchiesta. Riesce a fuggire, anche se con una ferita alla gamba, lo ritrovano gli inglesi, e una loro nave ospedale lo riporta in Europa. A Goettingen lo rilasciano per errore. Nei suoi confronti pende già un mandato di cattura, ma un soldato americano ha commesso uno sbaglio nel trascrivere il nome. Invece di Wolfgang Lehnigk-Emden sul documento si legge Wolfgang Lemick. Questa inesattezza gli consente di dileguarsi. Nessuno conosce un Lemick. Col suo vero nome l'ex tenente si sposa nel 1950 e si trasferisce a Ochtendung, un paese di 4.500 abitanti vicino Coblenza. Lavora con un certo successo come architetto e siede nel consiglio comunale (sin dal 1946 si è iscritto alla Spd). Dal 1966 presiede l'associazione che organizza il carnevale a Ochtendung. Al processo si è arrivati grazie alle ricerche di Giuseppe Agnone, nato in un paese vicino Caiazzo ed emigrato negli Usa nel 1956. Negli archivi Usa Agnone trovò i verbali completi degli interrogatori di Aversa e di quelli effettuati in Algeria. Gli atti, classificati come "riservati" (confidential) erano stati nel frattempo resi accessibili. Il nome del responsabile vi era scritto correttamente. Agnone consegnò le copie alla procura di Santa Maria Capua Vetere. L'Interpol si mosse. Il 15 ottobre 1992 Wolfgang Lehnigk-Emden venne arrestato. Ora, dal 18 gennaio del 1994, è di nuovo libero.

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