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Caiazzo, Città dell'olio
LL
'AULIVE
tradizione
e cultura
città
dell'olio statuti
Nel
Caiatino, sia in collina che in pianura troviamo “piére 'e aulive”
(alberi d'olivo). Anche in questa attività agricola abbiamo avuto dei grandi
mutamenti nel procedimento di estrazione dell’olio.
Ma
per la coltivazione,
per la potatura, per gli innesti e per la “spruature” (raccolta delle
olive), permangono i vecchi sistemi.
Gli
attrezzi sono quelli atavici. Infatti per la potatura e per gli innesti,
abbiamo: serracchje: seghetto; rungille:
coltellaccio; curtielle a runghetiélle: coltello speciale
per la pota; ccettolle: piccola accetta; per la “spruature”: scale
'e sproe: scala lunga e stretta; ancine: uncino di legno; lenzuole;
cestiélle; panare; canistre.
In
genere, ancora oggi, sono
gli
uomini che provvedono a staccare le olive dai ramoscelli (rambule, fraske),
mentre le donne le raccolgono e le depongono in cesti. (aunene ll'acene
'e aulive).
Successivamente,
poste le olive nei sacchi “r’ ‘i mundane”, si provvede al loro
trasporto al frantoio. Un tempo ciò avveniva con carri, a dorso di muli e
asini.
Presso
il frantoio le olive venivano “mmesurae “e depositate nelle “pile”
vasche in muratura, per attendere il proprio turno di frantumazione.
Misura
classica: la “coppe”, specie di secchio di legno a forma di un tronco
di cono.
La
quantità minima per poter macinare le olive, era di 10-12 cestiélle ed
era denominata: “mmacene”. Delle
volte per ottenere una mmacene, si mettevano insieme piccole quantità di
olive di vari proprietari. Questa operazione si chiamava: “mmarra-chiglje”.
Ogni
frantoio comprendeva: 'u priore, 'u cavallare e i mundanare
e la macina era azionata dal cavallo (quasi sempre una cavalla).
'U
cavallare
oltre ad essere responsabile del buon rendimento della cavalla, provvedeva a
versare nella macina le olive ed a ”palia'”. Servendosi di una pala di legno,
rudimentale:'a paliatrice e continuamente seguendo i1 giro della cavalla,
che era bendata, rimuoveva la pasta delle olive per favorirne lo schiacciamento
sotto la «mola».
Allorquando
il cavallaro constatava che la pasta ère arrivate, staccava la cavalla
dalla stacce, (asse di lègno che consentiva la rotazione della mola),
provvedeva a far riposare la bestia e a governarla.
Entrati
in azione i mundanare 'nzaccavene (riempivano) i sturiélle
(fiscoli) servendosi di cuoppe o catose (secchi di legno),
disponendoli sotto il truocchie (torchio) a mò di pila.
Fatta
la prima spremitura, che dava ll'uoglje vergine, si tiravano i fiscoli,
si rimuoveva a 'nzaccature e mano mano che si riformava la pila con i
fiscoli, si rovesciava in ogni bruscola, nu cuoppe di acqua bollente,
attinita dalla caurare (caldaia) che bolliva in continuazione, accanto al
torchio.
Questa
operazione si chiamava caura. Fatta
'a caura si ripeteva la spremitura.
L'olio
e l'acqua si raccoglievano “nda ll'agnulille” (tinozzo di pietra o di
legno), posto sotto il torchio.
L'operazione
più importante e delicata: coglje
ll'uoglje (cogliere l'olio), era riservata al priore.
Questi
scendeva nda fonde, immergeva nella vasca un recipiente di rame: “mallarde”,
riempiendolo. Mano mano che lo strato di olio si assottigliava, adoperava altre
suppellettili del frantoio. Per raccogliere l'olio fino sulla morke
(feccia), usava 'a lleccaresse.
Il
prezioso liquido, posto nelle varrecchje e varriciélle (piccole
botti di legno della capacità fino a centro litri di olio), era a disposizione.
dei rispettivi i proprietari, che spessissimo presenziavano tutta l'operazione
“accote 'e ll'uoglje”.
Ancora
oggi i contadini osservano attentamente la fioritura degli olivi nel periodo
maggio-giugno. Infatti se ll'aulive sprovene (fioriscono) bbone, e
non ci sarà la nebbia, l'annata dell'olio sarà ottima.
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