estratto
dal B.U.R.C. - 2° supplemento al n. 38 del 21 settembre 1992
Cenni
storici
Kahata,
Kaiata, Kaiatia, Caiatia, Caiazzo.
Città
o Comune di Caiazzo? L'uso che l'Ente locale fa ancora del nome di «Città» e
del noto antichissimo stemma indurrebbe a propendere per la prima tesi, di
fronte alla carenza della legge cui sarebbe toccato il compito di dare una
nuova, organica disciplina alla materia araldica concernente i Comuni, le
Province e gli Enti morali, come previsto dalla XIV disposizione transitoria
della Costituzione Italiana.
Si
tratta naturalmente di una attribuzione puramente onorifica e morale, che oggi
non ha alcuna conseguenza pratica, ma che sottolinea però la funzione che
sempre la Città ha conservato come entità distinta dalla campagna circostante,
anche nell'epoca in cui, scomparsi i «Municipia» (Caiatia era tale) per la
crisi della società antica, sopravvisse la «Civitas» come complesso urbano
vivo e vitale in cui si istituì la Sede vescovile.
Città,
quindi, che, quanto meno nel passato, ha convenientemente provveduto ad ogni
pubblico servizio e che ascrive a suo merito personaggi, vicende ed emergenze
architettoniche che, a dispetto dell'offesa e dell'indifferenza del presente,
restano insigni per ricordi.
«Perantiquum
oppidum» la definirono gli scrittori antichi. Ma antica di quanto? Impossibile
da definire. Non sono certamente gli avanzi di mura megalitico-poligonali ad
indicarne l'antichità, giacché esse stanno ad attestare solamente una fase di
gran lunga più recente rispetto alla sua origine: addirittura di età romana,
allorquando, all'inizio del III sec. a.C., a Caiatia fu dedotta una colonia che
espletò un ruolo di concentrazione forzata delle vinte popolazioni sannitiche
disseminate nei «vici» del territorio caiatino.
Sito
«perantiquum», quindi, abitato in epoca preistorica, (come attesta la scoperta
nel suo territorio di una tomba della cultura del «Gaudo»), certamente
preromano, forse anche presannitico. Antico come il misterioso, affascinante
toponimo. Affascinante come la favola antica cui si è sentito il bisogno di
ricorrere per spiegarne l'origine: la ninfa Calata; figlia di Tifata,
ardentemente amata da Volturno, per sfuggire all'ira del padre, venne in questo
luogo e vi fondò una città.
L'opinione
più accettata è che Caiatia sia stata fondata dagli Opici come territorio
dotato di impianti difensivi sui punti più elevati (Monte S. Croce - Caiazzo
– Monte Alifano). Ebbe una fase di influenza etrusca e fu poi conquistata dai
Sanniti, nella loro fase di espansione, nel 431 a.C., svolgendo un ruolo di
supporto di relazioni commerciali.
Tra
il 312 e il 306 a.C., durante la seconda guerra sannitica, fu sotto il potere di
Roma ed assunse l'aspetto di Città vera e propria con il suo impianto urbano. A
Roma si ribellò con Capua durante la guerra sociale. Fu poi definitivamente
riconquistata da Silla, diventando Municipio in epoca imperiale.
Quantunque
tra gli studiosi, alla luce di revisione critica, si vada delineando la tendenza
a negare a Caiazzo il ruolo di patria di quel Console Aulo Attilio Caiatino che,
nel 254 a.C. conquistò Panormum (Palermo) e che divenne dittatore nel 249, la
tradizione lunga e consolidata continua ad annoverarlo tra i figli più illustri
della Città.
Forse
gravemente saccheggiata dai Goti, dai Vandali e, successivamente, dai Saraceni,
fu incorporata nel feudo di Montecassino. Appartenne, di seguito, al ducato di
Benevento e alla contea di Capua sotto i Longobardi. Successivamente, in età
normanna, il Conte Rainulfo, Signore della Città, prese parte alla prima
crociata portando con sé un folto stuolo di nobili Caiatini.
Fu
sede vescovile da epoca remota, antecedente al VIII secolo, come asseriscono gli
antichi autori locali. Il I° novembre dell'anno 979, nella Chiesa Metropolitana
di Capua, l'Arcivescovo Gerberto, consacrò Vescovo della Chiesa Caiatina
Stefano Minicillo, il quale governò la diocesi per quarantaquattro anni,
divenendo, dopo la morte, verificatasi il 29 ottobre 1023, Patrono della Città
e della diocesi, con la sua elevazione alla Gloria degli Altari.
Nel
1229 Federico Il, il cui protonotario Pier delle Vigne era
probabilmente di Caiazzo, riconquistò la Città e il Castello, dei quali si era
impadronito l'esercito pontificio di Giovanni di Brienne e del Cardinale
Giovanni Colonna, istituendovi, nel 1248 la «schola rationis» (corte dei
conti).
Il
castello, che già aveva ospitato il grande Imperatore, fu ampliato dagli
Angioini e, sotto il regno di Alfonso I d'Aragona, ospitò la favorita del Re,
Lucrezia d'Alagno.
Varie
volte il sovrano aragonese venne qui a riposarsi, accompagnato dal suo amico
Antonio Panormita «Cavalcando
soletto per le amene campagne».
La
Città fù in seguito feudo di potenti casate, tra cui quelle dei Glignette, dei
Sanseverino, dei de’ Rossi, dei de’ Capua, ultimi suoi feudatari furono i
Corsi di Firenze.
Fu
scelto come luogo di caccia da Carlo e Ferdinando IV di Borbone.
Verso
la fine del 1798 Caiazzo fu occupata dalle truppe francesi, che si accasermarono
nel Convento e nella Chiesa di S. Francesco, mentre si piantava l'albero della
libertà nella piazza del mercato.
L’
8 gennaio 1799 i napoletani, sotto il comando del Duca di Roccaromana, Lucio
Caracciolo, assediarono la Città e la ridussero in loro potere.
Teatro
di ripetute ribellioni popolari nei giorni della Repubblica Partenopea contro i
gentiluomini, che subirono arresti mentre le loro dimore venivano saccheggiate,
la Città non restò poi estranea al fenomeno della Carboneria, giacché quasi
tutta la borghesia terriera vi si affiliò, tenendo le riunioni segrete nell'ex
Convento dei Cappuccini, non nascondendo successivamente, forse per calcolo, le
sue simpatie per la causa italiana e la «rivoluzione» garibaldina. Fu questa,
probabilmente, la ragione per cui i popolani caiatini, guidati dal maniscalco
Santacroce, in quelle tristi giornate del 20 e 21 settembre 1860, si schierarono
dalla parte dei Borboni. Poi
vennero i Piemontesi!
Ma
altre tristi vicende doveva conoscere la Città!
1943:
tra incendi e distruzioni subiti dalla Città abbandonata dai suoi abitanti fra
numerose altre vittime, ventidue inermi contadini, tra i quali bambini in
tenerissima età, furono barbaramente massacrati per ordine di un giovane
ufficiale tedesco Wolfgang Lehnigk Emden, senza alcun motivo umanamente
comprensibile. Era il 13 ottobre a Monte
Carmignano.
